Occhio per occhio.

27 luglio 2004

Portare gli occhiali non e’ facile. Ci sono un sacco di inconvenienti. Scivolano via quando si suda d’estate. Si appannano quando si sale sugli autobus d’inverno. E’ un’impresa ritrovarli quando vengono dimenticati su superfici dove si mimetizzano a perfezione. Si rigano tanto piu’ profondamente quanto piu’ sono costose le lenti montate. Quando sei al cinema sono sempre unti e riunti che fanno aloni e rifrazioni per ogni dove.

Personalmente, trovo tutto questo irrilevante se paragonato alla guerra che sin dalle elementari conduco contro con di essi. Contro una parte di essi: le stanghette.

Forse in parte e’ anche colpa mia, dotato come sono di volta cranica di dimensioni adeguate per un affresco michelangiolesco. Ai miei neuroni piace correre liberi negli spazi siderali.

Quelli di voi che non hanno mai portato occhiali se non per qualche ora al giorno, non possono sapere cosa un paio di stanghette regolate male possano fare. Possono premere subito in alto e dietro gli zigomi, oppure subito dietro le orecchie, o subito sopra. Una pressione costante e stabile genera un dolore sordo e cupo. Un lamento delle ossa che non aspetta altro che sfociare in follia isterica, un costante richiamo lugubre di morte e distruzione costellato da fitte luminose come comete. Delle volte invece sono subdole, lavorano di nascosto e ci si trova con il collo bloccato, i muscoli impetriti. Altre volte c’e’ la contro reazione non appena le si tolgano, e scoppia un mal di testa da depressurizzazione che le aspirine fanno al piu’ da alka-seltzer. La prossima volta che sentirete il capo dei padani sbraitare, date una sbirciata alle stanghette dei suoi occhiali.

Pero’ c’e’ sempre il divertimento nel tentare di regolarli. L’ottico insiste, “Vieni da me, non fare da solo”. Come se io potessi andare li una volta al giorno. Che sia io a mutare forma cranica o che siano le stanghette a perdere le curve a causa del clima, non l’ho ancora capito. Ormai, dopo anni ed anni di prove, comincio a capire dove piegarle, dove fare un incavo e dove girare verso l’esterno. Dove dare un mozzico quando perdo la pazienza senza spaccare tutto.

A volte pero’ basta variare un poco, e la giusta configurazione viene perduta. Con oggi, per esempio, e’ da due giorni che cerco di rimetterli a posto dopo che una giornata particolarmente umida li ha fatti tornare dritti come nuovi. Due giorni di torture e dolori. Ed odio profondo per qualsiasi entita’, vivente o meno.

agonizzatamente,
Cthulhu

P.S. Poi magari un giorno vi raccontero’ di cosa succede quando tento di mettermi una lente a contatto. Allora capirete che non ho scelta, il mio destino e’ segnato dalla sofferenza da stanghette di occhiali. E da atti folli da esse generati. Siete avvisati.

Quando sono fuori di me.

25 luglio 2004

Quando passa la mezzanotte, quando gli spettri si sospirano fuori dalle cripte, qualcosa cede nelle caverne desolate e polverose nella mia mente. Forse la cessazione di maggior parte dell’attivita’ pensatoria conscia delle persone intorno, evita fastidiosi echi nei cunicoli tenebrosi in cui vagano i miei sparsi neuroni. Forse a mezzanotte vanno a nanna automaticamente tutti i neuroni ancora sani e rimangono attivi solo quelli nati diversi.

A volte poi capita che sia pure stanco. Spossato da una intensa giornata di lavoro – raro – o devastato da una faticosa giornata passata a divorare delikatessen d’importazione – molto meno raro. Cosi’ rimangono in piedi solo i neuroni *molto* diversi. Quelli che fanno fare brutti pensieri a qualcuno, quelli che fanno fare brutte cose ad altri. Quelli che fanno scrivere me.

Oh, ma non e’ che mi vi aspettate un aggiornamento quotidiano di ’sta roba, eh? Ho mangiato tanto, sono stanco e ora vado a dormire. ‘Notte.

digestivamente,
Cthulhu

Qui continuo.

24 luglio 2004

Alla fine, ho ceduto. Non ho resistito. E’ piu’ forte di me, scrivere cose che nessuno leggera’ mi affascina. E’ come quando parli e nessuno ti sta ad ascoltare. Col vantaggio che non c’e’ alcuno ad interrompere con battute spiritose od osservazioni argute.

Beh, io non so esattamente cosa avro’ da dire. D’altra parte, se state leggendo, nemmeno voi pare sappiate bene cosa fare. Quale fortunato connubio!

Ma visto che siamo tutti qui, lasciate che vi racconti quello che mi e’ capitato qualche giorno fa.

Mi trovavo su di un autobus, diretto alla metro. Seduto di fronte a me un ragazzino, dai tratti che non saprei identificare ma di certo non italiano. Era seduto davanti a me e basta, non faceva altro. Un normale ragazzo, pensai. Dall’altro lato del bus un tipo prosciugato, dallo sguardo nervoso e sbrillucciante di mondi che nessun’altro puo’ conoscere. Tossico, matto o genio, se mai v’e’ differenza. Un tipo pericoloso, decisi. Scesero entrambi alla fermata della metro.

Io no, io scendo sempre alla fermata successiva. E’ piu’ vicina alla metro e non devo attraversare ad un semaforo bastardo. Ma sopratutto, alla fermata successiva e’ rimasta pochissima gente sul mezzo. Non vado molto d’accordo con la folla che spinge, io.

Cosi’, scesi alla fermata successiva e mi diressi alla cella trasparente dove poter comprare i biglietti. Proprio mentre allungavo due euri (pluarale italico di euro, approvato ufficialmente dalla signora della porta accanto) all’addetto, mi si affianco’ il ragazzo di origine sconosciuta di poco prima. Senza dire una parola, allungo’ due euri anche lui. La cosa avrebbe potuto infastidirmi, ma per fortuna il tipo al di la dello sportello riusci’ a giostrarsi coi biglietti in modo da servirci contemporaneamente. Un informatico non puo’ che apprezzare un’ottimizzazione del flusso. Dietro me, dietro noi due, c’era pero’ il tossico (o matto, o genio). Il quale, non essendo informatico ne vincolato ad ipocrite abitudini cittadine, impreco’ a voce alta contro “anvedi questo che fa come je pare, noi stamo ‘n fila e ariva lui, bello bello”.

Rimanendo ignorato dalla popolazione cittadina e felina tutta, l’episodio si concluse cosi’. “Ma tu guarda”, discorrevo con le mie varie personalita’, “proprio vero che l’abito non fa il monaco, l’aspetto inganna, non ci sono piu’ le mezze stagioni e sono sempre i migliori ad andarsene prima in ferie”. E discorrendo mi accorsi di aver perduto uno dei due biglietti appena comprati.

Mi voltai, sguardo a terra, bestemmie al cielo, per cercare il pezzo di cartoncino e mi trovai (di nuovo) di fronte al ragazzino dai tratti ignoti. “Le e’ caduto questo”, disse porgendomi il biglietto perduto, mentre il genio matto e tossico ci passava accanto brontolando.

Ringraziai e mi ripromisi di meditare piu’ avanti sull’aspetto che inganna che inganna e abiti di monaci senza abiti.

Pensateci bene prima di affermare che vi sia una morale in tutto cio’: il biglietto che m’era caduto era quello gia’ timbrato.

immoralmente,
Cthulhu

P.S. E se pensate che questo sia il peggio che vi sia mai capitato di leggere, vi sbagliate. E’ solo l’inizio.

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