Eilà!
12 dicembre 2004E’ da un po’ di tempo che non ci si sente, eh? Eh si, sono stato un po’ impegnato ultimamente e la mia sindrome di Oblomov si è acuita. Non che non me ne siano capitate di buffe, in questo periodo, anzi. Anzi, una è accaduta proprio oggi; ne approfitterò nel raccontarla per riprendere un po’ la mano – che se non la tengo in esercizio rischia di divenire morta.
Me ne dormivo beato, alle prime luci dell’alba, godendomi il sommesso tramestio condominiale delle persone costrette ad alzarsi in orari indecenti, quando mia madre si precipitò in camera. Di corsa, di corsa, c’è da andare all’ospedale a prendere una provetta che papà deve fare l’esame del sangue. Papà è un po’ di tempo che sta male, le procedure con cui viene sottoposto ad esami una persona laureata in medicina è alquanto atipica. Per di più, tirarmi giù dal letto con almeno dieci minuti di anticipo sul minimo sindacale, le 13:00, mi causa sempre qualche intorpidimento mentale. Non opposi resistenza, mi adeguai.
Pochi minuti dopo, che se non altro la ripresa motoria rapida la conservo ancora, ero in macchina diretto al Policlinico Gemelli. L’ospedale romano con un sistema di viabilità interna e parcheggi talmente intricati che a breve compariranno i parcheggiatori abusivi a dare una mano. Lasciata mamma all’ingresso, cercai un modo di aspettare senza sborsare l’esosa tangente richiesta dagli avidi cattolici – si, il Gemelli e’ in mano ai cattolici. Non alle suore od ai frati, che forse sarebbe stato meglio e peggio. Ma vabbe’. Trovai tutti i posti strategici occupati, decisi di cedere al ricatto e pagare. Mi accodai ad una delle entrate automatizzate, dodate di doppia barra di ingresso. Davanti a me una signora passò la prima barra. Avrebbe dovuto premere il bottone che le avrebbe rilasciato una tessera, aspettare che si fosse alzata la seconda barra e procedere. Ma così non fece.
Colta da improvviso ripensamento, igranò la retromarcia, arrivando quasi ad abbattere la prima barriera prima di rendersi conto che questa non si sarebbe alzata per permetterle di percorrere contro mano ed in retromarcia la corsia di ingresso. Senza perdersi di coraggio, rimise la prima e mirò ai cordoli. Non so quanto fossero alti, erano giusto un centimetro più bassi del paraurti anteriore. Guardai con curiosità la manovra che, se portata avanti con un fuori strada (di quelli seri, non i giocattoli SUV) avrebbe potuto avere qualche senso, ed al terzo rimbalzo del veivolo contro le solide barriere cementificate pensai che avesse rinunciato. Ero sul punto di scendere per spiegare che quello non era il modo migliore per scappare da un ospedale, quando in un ultimo tentativo la piccola vettura si avventò nuovamente sull’ innocente muretto artificiale, riuscendo a scavalcarlo.
Ovviamente solo la prima ruota riuscì nell’impresa, poi l’auto tutta si poggiò sui cordoli e la macchina rimase li a metà, solida ed immota, con una ruota sospesa come una zampa per aria. Guardai dietro di me per vedere se c’era modo di scappare senza dare nell’occhio, ma già la coda s’era formata. Dovetti scendere e mi trovai davanti la signora, in procinto d’avere una crisi isterica. Raccontava di un marito da recuperare e di un infarto, che non riuscii a capire se motivo del ricovero del congiunto o se probabile sua causa di decesso nel momento in cui fosse venuto a conoscenza del contrattempo. All’interno del mezzo un ragazzino, il figlio immagino, cercava di nascondersi disconoscendo qualsiasi legame di parentela ed invocando la prova del DNA. Tentai di spingere l’auto mentre lei provava la retro, ma la ruota rimasta per aria non faceva presa e quella rimasta per terra si consumava slittando. Vennero altre persone, ma a spinta fu chiaro che non c’era verso di smuoverla. Quindi in uno sprazzo di lucidità la signora percepì la domanda che aleggiava in aria da qualche minuto e recuperò un pezzo di corda. Legai la sua auto alla mia, e mentre gli altri spingevano io giocavo a fare il piccolo carro attrezzi. L’operazione riuscì e l’auto tornò con quattro ruote per terra, tutte nello stesso lato del muro.
Così mi trovai al punto di partenza: la signora davanti a me incastrata tra due barriere meccaniche. Che nel frattempo probabilmente avevano deciso che l’utente fosse stato colto da malore e deceduto sul posto, ritenendo del tutto superfluo quindi rilasciare alcuna ricevuta o alzare una barra qualsiasi. Venne un addetto alla portineria, venne un addetto alla sorveglianza, venne un tecnico e infine tornò il tecnico con le chiavi per poter resettare il computer prima che alla signora venisse in mente di provare a sfondare. Fortuna che c’è RadioRock a tenere compagnia in questi lunghi frangenti.
Quando finalmente riuscii ad entrare nel parcheggio, mia madre aveva già fatto quello che doveva ed era diretta verso casa a piedi. Entrai, parcheggiai, pagai due (2) EUR per poter uscire, e mi riavviai verso casa, dove feci appena in tempo ad arrivare per recuperare mamma che, effettuato il prelievo, doveva riportare indietro la provetta riempita. No, mamma non è Wonder Woman, semplicemente abitiamo abbastanza vicino al Gemelli. Non così tanto da rendere inutile l’utilizzo dell’auto in caso di fretta, ma quanto basta per rendere il percorso pedestre un’alternativa viabile, in caso di fretta.
Per oggi credo sia abbastanza, forse la prossima volta vi racconterò di quello che è successo al mio alluce destro. Ora vado a riposare, devo recuperare il sonno perduto.
assopitamente,
Cthulhu




