Osaka.

30 settembre 2006

E finalmente arriviamo all’inizio! Nel senso, la prima metà del nostro soggiorno ha avuto come base logistica Osaka, da li si prendevano i treni per andare praticamente da tutte le parti. Che li i treni sono ovunque e vanno dappertutto. Sono puliti e puntuali, già l’ho detto, a volte sono ipertecnologici con due pannelli LCD su ogni porta; uno per la pubblicità, il meteo, il corso rapido di inglese ed altre amenità, l’altro per dirti dove sei, quanto minuti ci vogliono a raggiungere ognuna delle stazioni mancanti al capolinea, se la porta si apre da quel lato o dal lato opposto. E gli annunci in giapponese ed inglese, i capi stazione che fanno i segnali con la bandierina rossa, il capo treno in testa e quello in coda che ad ogni fermata si affacciano per controllare, e tutti coi guanti bianchi. Altre volte capitano treni un po’ meno tecnologici – ma sempre con l’aria condizionata ben funzionante. E a palla – con dei buffi sistemi di ventilazione vagamente steampunk.

In tutto il giappone è estremamente diffuso l’utilizzo della bicicletta, e questo a prima vista pare bello. Si scopre poi che i ciclisti non potrebbero circolare sulle strade, ma solo sui marciapiedi. Ci si rende conto ben presto che gironzolare a naso all’aria può essere pericoloso, che chi va in bicicletta ha l’assurda pretesa di voler sempre passare prima. E vanno, ovviamente, di fretta. Ogni tanto tirano sotto qualcuno, che se è giovane reagisce in modo molto poco riservato e cordiale. A meno che prendere a calci una bicicletta non sia un gesto di perdono.
I taxi a Osaka sono tutti rigorosamente neri, unica personalizzazione ammessa è l’insegna sul tetto. Se vedete una fila nera di auto, non è un funerale, ma un parcheggio di taxi. Il tipo con la bicicletta sta viaggiando dove non potrebbe, per inciso.
Le linee elettriche sono aeree. Forse per motivi sismici, forse perchè così è più facile aggiungere e togliere diramazioni. Li i palazzi vengono demoliti e rifatti senza troppi scrupoli. L’effetto è piuttosto caotico in prima battuta, nonchè leggermente inquietante, poi ci si fa l’abitudine e si smette di pensare a tutte le eventualità disastrose che potrebbero capitare.
I negozi in Giappone sono ben forniti. No, non capite se non avete visto. Prendete il più grosso negozio di che vi venga in mente. Da loro quello è al più un piano del mega store che si articola su almeno 9 piani, comprensivo di un McDonald ed un 100 yen shop. Il 100 yen shop riprende il concetto del “Tutto ad 1 euro”, ma l’implementazione è decisamente migliore. Ci si può trovare di tutto, dagli accessori per cucina – quelli utili sul serio, non le minchiate tipo lo spella uovo sodo o il reggi gomiti per impastare il pane – alla cartoleria, abbigliamento intimo, cibo, bevande, giocattoli, bagno… roba che noi normalmente compriamo al supermercato o a Ikea e tutto per lo più a 100 Yen, circa 70 centesimi. Quasi tutto made in China, ecco il trucco. Se li non c’è quello che vi serve, basta andare nella via dei negozi della categoria che interessa. C’è la via dei cocci originali e costosi, la via degli accessori da cucina, la via delle lapidi e tempietti portatili, la via delle insegne luminose e senza dubbio la via elettrica. A volte capitano negozi estrosi, dove si può comprare Predator o Darth Vader realizzati con materiali apparentemente di riciclo. 1.575.000 yen sono circa 10.000 euro, se interessati.

La via elettrica di Osaka si chiama Den Den Town, protetta da Gundam offre una serie di opportunità che a ben vedere nemmeno nella rinomata Akihabara di Tokio è possibile trovare. O almeno non così facilmente. Come un po’ tutta la città, se Tokio è asetticamente giapponese, Osaka ha un po’ di Napoli nell’anima, nel bene e nel male. Il bene sta nella maggiore apertura e rilassatezza dei modi – relativamente allo standard giapponese.
Gironzolando tra palazzi dalle forme svariate e buffe, ci si può imbattere in piccoli templi incastonati tra palazzoni. O castelli mimetizzati tra grattacieli. Quello di Osaka è stato ricostruito, dalla cima si gode di un bel panorama e a capire il giapponese, al suo interno vi è una apparentemente interessante serie di opere multimediali volte a spiegare la storia del castello, dei suoi antichi abitanti e dei dintorni in generale.

La betoniera dorata, la gru dei playmobil ed il camion li lascio per fare un confronto con lo stato dei nostri mezzi da cantiere.

D’estate in Giappone fa caldo, e umido, e tanto caldo e umodi. Ma se vi viene sete, niente paura. E’ certo che nelle vicinanze vi sia una macchina spara bevande. Sono ovunque, non importa quanto sia sperduto il luogo dove vi trovate, se c’è corrente c’è una macchinetta. Però viene ritenuto sconveniente camminare mentre si beve, la loro teoria è che uno arriva li, tracanna d’un fiato il mezzo litro d’acqua e poi riparte. Tant’è che i contenitori per la raccolta differenziata di bottiglie e lattine sono collocati accanto ai distrubutori, e poi è impossibile trovarne di altri per tutto il Giappone. Si vede che è sconveniente anche esporre i secchioni della monnezza per le strade. Poi magari fatti tre passi si può sparare un rutto a retrocarica e scatarrare con trasporto nell’angolo più vicino, questo non è sconveniente.
Da qualche parte a nord di Osaka vi è un palazzo al cui interno sono state ricostruite un paio di strade così come apparivano in epoca Edo. La ricostruzione sta all’ottavo piano, sotto uffici e negozi. In foto 070 la ricostruzione di una latrina dell’epoca. In foto 071 quella della latrina per le cose impegnative. A me non paiono molto comode, mi sa che non si impegnavano molto.

Il palazzo Umeda è una strana costruzione a forma di U rovesciata col buco in testa, in cima dovrebbe esserci una specie di orto botanico ed un osservatorio. La maggior parte dei palazzi alti di una città, se son pubblici, comprende un’osservatorio. Che però si paga, eh. I fontanoni cilindrici hanno buttato acqua fino alle 21:00 esatte. Poi basta.

Un palazzone bello alto l’ho trovato alla baia, con annesso centro commerciale da svariati chilometri quadrati, tanti che per rompere un po’ han messo palchi qui è la dove far esibire bande e cori.

Namba è uno dei tanti quartiere da vita notturna. Anche diurna, però di notte le luci e le insegne sono tutta un’altra cosa. E se vi pare di udire il rombo del mare, è probabilmente uno dei locali Pachinco. Un gioco che consiste nel far cadere delle palline dall’alto verso il basso in una specie di labirinto fatto di stecchetti piantati su di un piano, e sperare che le pallette vadano nel posto giusto. Il che farà vincere ulteriori pallette e sobbalzare maggiormente le tette della figurina sorridente che fa occhiolino dal monitor incorporato. Una macchinetta fa un discreto rumore, una stanza piena di macchinette fa un boato terrificante.
Ah, i capoccioni sono la facciata dell’hotel dove risiedevamo, proprio dietro Namba. Dice che a dargli una pacca sul culo porti fortuna. E se così non dovesse essere, tanto il conto si paga in anticipo.

Bon, scusate se son stato un po’ confusionario, ma devo essermi beccato la prima influenza autunnale. 8′)

fortunatamente
Cthulhu

Nara.

25 settembre 2006

Nara è famosa ai turisti per due motivi: i daini o cervi o caprioli o qualsiasi tipo di bestia siano tenuti allo stato brado, il Daibutsu bronzeo (Buddha) più grande del mondo e la solita carrettata di templi e pagode.

I cervi (o quel che sono) sono abituati all’uomo. Non si spaventano, non scappano, si lasciano carezzare. L’errore pìù grande che si posssa fare sta nel comprargli dall’apposito banchetto i biscotti di cui vanno golosi. L’ingannevole banchetto se ne sta appartato sul ciglio della strada, e i quadrupedi se ne tengono ben lontani. Ma nel momento in cui un turista prende un pacchetto ha in mano IL CIBO, il branco si mobilita. Improvvisamente la strada è ricolma di bestie che spuntano da ogni dove, e assalgono senza troppe remore l’ignaro turista. Nella foto 030b potete notare due animali in particolare: quello che tenta di corrompermi buttandola sul piano sessuale (hanno bei dentini quei cosetti tenerosi, ve lo posso garantire), e quello con le corna mozze che nel giro di qualche secondo avrà ricoperto me e LA MIA COSTOSA E NUOVA MACCHINA FOTOGRAFICA di schifo marroncino, che siccome sono ottimista voglio pensare sia stato fango.

Essendo la maggior parte delle costruzioni storiche fatte in legno, non di rado quello che si può ammirare oggi è una ricostruzione fatta a seguito di un incendio. A volte però sopravvivono complessi originali o parti di esso. E siccome i piccioni sono una piaga anche li, le divinità incazzose messe a guardia è meglio se ne stiano in gabbia.

Il Daibutsu, per il amici il Buddhone, avrei dovuto fotografarlo con l’aiuto di un treppiedi, non ne avevo con me, ed anche se lo avessi avuto era espressamente vietato il suo utilizzo. Almeno si poteva fotografare, spesso l’interno dei templi, pure quando espressamente orientati all’esposizione storica e non al culto, è off-limit ai sensori digitali. Pure alle pellicole, che li vanno ancora alla grande e non è difficile trovare in giro per le strade negozi pieni di frigoriferi carichi di pellicole di ogni forma e tipo. All’interno dello stesso edificio vi è una colonna, con un foro quadrato alla sua base che la passa da parte a parte. Dice la leggenda che chiunque riesca a passare attraverso il foro avrà la beatitudine eterna. O sarà purificato. O è un puro di spirito. O qualche altra roba stile buddista. Fatto sta che i bambini ci passano senza problemi, gli adulti spesso rimangono incastrati e tocca chiamare gli assistenti con la vaselina. La morale a voi, io non mi sono azzardato nemmeno.

In foto 064 e 065 ho ritratto la riproduzione di un demone terapeutico. Carezzandolo sul punto che vi fa male, e poi utilizzando la stessa mano per carezzare voi stessi sullo stesso punto, il malanno sparirà. E spero per chi l’ha provato che la sinistra somiglianza con un Pulcinella psicopatico non sia significativa.

Vabbè, la prossima sessione vedo di spezzare un po’ coi templi e metto la prima parte di Osaka.

elaboratamente,
Cthulhu

L’avevo detto io.

25 settembre 2006

Ricordo l’11 settembre del 2001 come fossero appena 5 anni fa. Ero ancora dipendente all’epoca, poi le cose cambiarono. Ero nel grande e buio ufficio di via del Plebiscito, all’interno del palazzo Pamphilj, l’ultima volta che lavorai in un ufficio. Mentre picchiettavo sui tasti cancellando le email di non so quale sfortunanto utente, giunse impetuoso il mormorio da ufficio: “hai visto, un’aereo s’è schiantato sulle torri gemelle!”. Quando il secondo aereo fece centro, il mormorio crebbe e divento l’argomento unico della giornata. Accendemmo il proiettore della sala ottagonale e cominciammo a seguire in diretta gli avvenimenti, non c’era più bisogno di far finta di lavorare. Si respirava paura e sgomento, si pensava alla terza guerra mondiale. Si aveva una nuova scusa per ritardare le consegne.

Ma quando vidi le tue torri venir giù, io lo dissi subito. Eh si, a costo di sembrare come uno di quei vecchietti che “te l’avevo detto io”, io dissi subito: “crollate un cazzo, quelle l’hanno fatte venire giù loro”. Ne sono stato convinto fino ad oggi. Oggi c’è stato Report, adesso sono più che convinto che a pensà male spesso ce s’azzecca.

C’è una cosa che accomuna italiani a statunitensi: la capacità di farsi prendere per il culo dal governo. Con la differenza che qui da noi nessuno crede alle stronzate che raccontano su giornali e tiggì, ma siam bravi a dimenticare e subire muti e rassegnati, come dicevano i caporali che volevano fare i duri al CAR. Li da loro invece basta una molla emotiva che puzza di patacca prima ancora che venga spiegata, e son tutti convinti che il Male è tornato e deve essere sterminato. E si capisce meglio quello che scrive S.King.

Cioè, come dire, a me stasera m’è sembrato che la maggioranza degli statunitensi sia fondamentalmente innocua, ma cogliona. E quella che non lo è, cogliona, se la deve vedere con i gatti e le volpi che nel frattempo hanno arraffato il Potere.

Vabbè, mo mi vado a fare una cagata liberatoria, poi vi racconto delle nuove foto che ho messo su.

assentatamente,
Cthulhu

P.S. Oggi una notizia del genere non avrebbe lo stesso effetto. Oggi sono libero professionista.

Si inizia – Hiroshima e Nagoya

21 settembre 2006

Avendo appurato come le mie capacità di utilizzo di programmi di fotoritocco siano ancor inferiori a quelle di utilizzo della macchina fotografica, ho preso una decisione. Sto applicando una serie di filtri predefiniti, tramite ImageMagick, ad interi gruppi di foto, limitandomi a correggere manualmente i casi più gravi. I risultati non sono entusiasmanti, ma conto poi di estrapolare le più meglio assai per dedicarmici con maggiore impegno e metterle a disposizione in piena risoluzione (per la cronaca, sto provando ad utilizzare il nuovissimo Nikon Capture NX. Feature veramente interessanti, ma una marea di bachi e la lentezza che solo .NET può regalarci). Potete fare segnalazioni riguardo le vostre preferite, potrei prenderle in considerazione. :)

Ho suddiviso le foto per città, l’album completo è qui, oggi cominciamo con Hiroshima e Nagasaki (fare click sulle relavite voci nella pagina principale dell’album, a sinistra. Fare attenzione che un’album può essere composto da più pagine e che le foto verticali potrebbero necessitare dello scroll della pagina).

Hiroshima

Quella che vedete nella prima foto è la testa di uno dei vari modelli di Shinkansen, i treni super veloci Giapponesi. Comodi, puliti e puntuali ad un livello che un italiano non può nemmeno immaginare possa esistere. Ogni volta che un controllore, una hostess, un tecnico od un addetto a qualcosa attraversa il vostro vagone, al momento di doverne uscire farà un profondo inchino a tutti i passeggeri, prima di passare al successivo. Anche se non state a guardare. Secondo me, anche se non c’è nessuno nel vagone.

Segue una panoramica sull’A-Dome, il palazzo opera di un architetto polacco e vanto cittadino fino al 1945, sopra il quale esplose la bomba. Si salvò proprio per questo motivo, l’onda d’urto nella sua direzione non ebbe spazio per svilupparsi. Durante la ricostruzione vi furono discussioni sul conservarlo o meno, poi decisero di farne monumento alla memoria e da allora sta li a ricordarci quanto può essere cretina la razza umana. Vi sono diversi memoriali lungo il Parco della Pace, che dall’A-Dome porta al Museo della Pace, forse ho fatto un po’ di confusione e sicuramente tante omissioni. Il primo è dedicato agli studenti che erano stati mobilitati per aiutare a mettere in sicurezza edifici importanti abbattendo quelli meno importanti presenti nei dintorni – anche se Hiroshima veniva “preservata” per poter meglio studiare gli effetti della bomba, il Giappone era sottoposto a bombardamenti a tappeto – e che rimasero uccisi dall’esplosione. Il secondo è per tutti i bambini deceduti a causa della bomba, ha la statua di Sadako in cima. Sadako era una bambina che aveva due anni al momento dell’esplosione, e che sembrò non aver riportato danni fino a undici anni, quando gli venne diagnosticata la leucemia. Venne a conoscenza di un’antica leggenda giapponese per cui chi fosse riuscito a realizzare almeno mille aironi di carta avrebbe avuto diritto ad un desiderio. Sadako si fece aiutare da amici e parenti, ed ancora oggi gente da tutto il mondo spedisce aironi di carta per ogni colore esistente. Le ultime due foto mostrano il cenotafio in primo piano, l’A-Dome sullo sfondo, ed in mezzo la Fiamma della Pace, destinata a bruciare finchè vi sarà anche una sola bomba atomica al mondo. Una fiamma eterna, o che quanto meno sopravviverà, seppur di poco, alla razza umana.

Del museo non vi sono foto, perchè o lo andate a vedere o è riduttivo parlarne. Rammenterò soltanto la parete ricoperta con le riproduzioni delle lettere di protesta inviate ad ogni esperimento nucleare dal sindaco di turno ad Hiroshima (in verità, magari non è ’sindaco’ che lo definiscono loro, ma non ricordo). Parete bella grossa, tante lettere su entrambi i lati. Di particolare interesse la anche storia poco nota degli obblighi imposti dagli americani subito dopo la resa; non solo l’imperatore dovette ammettere di non essere un dio e nemmeno unto dal signore, ma venne anche fatto obbligo ai sistemi di informazione dell’epoca di non riportare alcun dato od informazione relativi agli effetti immediati e collaterali delle esplosioni atomiche. Perchè i simpatici vaccari con la fissa della guerra avevano bisogno di un ambiente non “contaminato” in cui poter studiare in tutta tranquillità i risultati della loro inutile opera. Tanto erano solerti nel fare visite, tanto non lo erano nel dispensare cure.

Nagoya

Ci siamo andati per curiosità, senza sapere bene cosa avremmo trovato. A parte i palazzi alti e strani, in perenne costruzione, abbiamo trovato un luogo denominato Giardino delle Orchidee. Tanti fiori, un giardino in stile giapponese (pensa un po’!) con contaminazioni asiatiche di vario genere, persino una specie di bar/pub all’aperto dove servono cocktail dai nomi esotici ma dai sapori distinguibili solo a palati ben più sopraffini dei nostri. All’interno vi erano stanze arredate secondo diverse epoche moderne, con giapponesi intenti nell’attività preferita: dormire. Ma di questo parlerò in un’altra puntata. A terminare uno dei caratteristici templi sparsi ed immersi nelle città, questo col caratteristico lampione di carta e le caratteristiche funi a cui legare le preghiere scritte sui caratteristici foglietti di carta. Una foto con carattere, direi. Quindi l’angolo tecno-pubblicitario, che una città non può dirsi giapponese se non ha almeno un paio di palazzi ricoperti di insegne luminose ed un megaschermo. Ma sono anni luce (sic) dietro ad Osaka e Tokyo..

Per questa puntata è tutto. Spero la prossima sia a breve!

preparatamente,
Cthulhu

Ed eccomi!

14 settembre 2006

Ce l’ho fatta, sono sopravvissuto e sono tornato! Perche’? Eh, calma calma. Adesso devo riprendermi dal jet lag, credo, che nel mio caso mi fa alzare tre volte a notte per pisciare come un cammello, poi devo rimettere ordine negli appunti di viaggio e dare una sfoltita ed aggiustata alle circa 1300 foto fatte.

ritornatamente,
Cthulhu

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