Come forse i più assidui dei miei fan avranno notato, già da qualche giorno sono online le foto di Kyoto. No? Nessuno? Vabbè, c’ho i fan virtuali. Quindi nessun problema a scaricarvi addosso quest’altra carrettata di scatti.
Kyoto è la capitale culturale del Giappone, le abbiamo dedicato ben due giornate. La prima l’abbiamo passata in mezzo alle scimmie. In cima ad un colle, convertito a parco naturale, una certa varietà di quadrumani è libera di vagare e vivere come meglio crede. Quali varietà non so, a me parevano tutte uguali. L’unica gabbia che c’era era per gli umani, dal cui interno si dilettavano a passare noccioline e fare foto. E a rinfrescarsi, che se ci sono due sentieri per salire, uno al fresco ed uno torrido, è inevitabile che il gaijin finisca su quello torrido. Le scimmie sono abituate agli umani, li considerano utili macchine da noccioline. Anche se a stargli troppo appresso gli rodono un po’.
Scesi dal colle, gironzolando tra i congolmerati di templi immersi tra il verde, passando tra foreste di bambù, ci siam trovati in un cimitero. Un cimitero che si arrampica su per il colle, dove tombe antiche, che sembrano essere state scoperchiate e richiuse più volte, si spera non dall’occupante (foto 053, 054), si affiancano a versioni moderne e linde sullo stesso modello (foto 057). Colti sul posto da un temporale ci ripariamo a valle, nei pressi un tempietto piccolo e spoglio ma con un’interessante collezione di sassi cameriere (foto 065). Riusciamo persino ad intrufolarci in un giardino Zen lasciato incustodito, dove scoviamo una deserta baita Zen posizionata al centro di un lago Zen (foto da 073 a 079). Rubiamo qualche immagine e facciamo un’aria molto Zen, nel caso ci dovessero scoprire.
Il secondo giorno (che poi è stato due giorni dopo, in mezzo abbiamo infilato una pausa a base di negozi di computer e macchine fotografiche digitali) lo si è dedicato al tempio col giardino Zen di pietre, con gli operai seduti sui prati intenti a strappare a mano l’erba fino a falla sembrare muschio, ed il tempio dorato, con il tiro a segno al buddha di pietra con le monetine, che o c’hanno una mira molto scarsa, oppure porta sfiga a centrare la ciotola.
Si è poi passeggiato un po’ per la città, fino ad arrivare al parco con la strada piena di negozi, in realtà riscotruzione o conservazione di un’era passata, per la gioia dei turisti. Ma era tardi e stavano chiudendo, giusto il tempo di intercettare una gheisha con l’accompagnatore convinto, per poi finire in un’altro quartiere interamente ricostruito, tutto di legno e senza insegne elettroniche o elettriche (a parte le lampade, che con le torce capace bruciavano tutto un’altra volta), posizionato accanto alla scuola delle gheishe – ed infatti ne intercetto altre tre. Che siccome io ho problemi con la gente, ed i giapponesi non è che siano poi così espansivi, mi venivano i blocchi mentali a chiedere di mettersi in posa, quindi ho rubato delle foto al volo.
timidamente,
Cthulhu